Siamo ai titoli di coda della campagna olearia 2019, “un’annata di carica” che secondo i calcoli dell’ISMEA –  Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare – determinerà una produzione nazionale intorno a 321.000 tonnellate, che significherebbe un consistente incremento rispetto alle 175.000 tonnellate del 2018.  Il dato nasconde però una sensibile diminuzione rispetto alle produzioni realizzate nelle “annate di carica” e si attesta intorno alla produttività media realizzata nell’ultimo quadriennio, quantificata in 315.000 tonnellate. Questa contrazione produttiva, rispetto agli standard realizzati nelle annate di carica, ha certamente diverse concause, alcune delle quali particolarmente preoccupanti. In particolare ci si riferisce alla mancata produzione di olio derivante non già dalla diminuita produzione di olive quanto dalla diminuita raccolta delle stesse. Ormai da anni va progressivamente aggravandosi il rapporto tra i prezzi di mercato del prodotto ed i costi del processo produttivo necessari per realizzarlo. Addirittura, in gran parte dei comprensori olivicoli nazionali il prezzo di mercato dell’olio prodotto non riesce a remunerare i costi della sola raccolta e pertanto non sorprende più di tanto l’espandersi dei casi di riconversioni produttive verso colture ritenute più redditizie, di abbandono degli uliveti nonché delle olive non raccolte e lasciate a marcire. Nella Piana di Gioia Tauro, un comprensorio olivicolo che nei decenni passati era al primo posto mondiale per intensità produttiva, i fenomeni di abbandono e rinuncia sono particolarmente diffusi e vanno sempre più consolidandosi. Ad aggravare i problemi correlati alla crisi di mercato ci si mette anche la mancanza di manodopera agricola, resa particolarmente acuta per effetto di alcune politiche sociali. E’ il caso, ad esempio, del “reddito di cittadinanza” che – contrapponendo il diritto ad averne i benefici con l’espletamento di attività lavorativa – disincentiva il lavoro nei campi, compensato con i modesti salari previsti dai contratti dei braccianti agricoli. Le difficoltà a reperire manodopera, la giusta attività di repressione del lavoro nero, la spaventosa crisi di mercato che perdura ormai da oltre un decennio, sono tutti elementi che concorrono a mettere in ginocchio il comparto olivicolo ed a rendere antieconomica la coltivazione degli uliveti. In detto contesto, in molti comprensori e segnatamente, nella Piana di Gioia Tauro, l’olivicoltura passa da settore trainante dell’economia a settore marginale e penalizzante per gli imprenditori agricoli, che assistono impotenti al crollo del valore dei terreni, direttamente connesso alla annullata redditività degli stessi. E’ davvero triste dover constatare che in Calabria dove negli anni scorsi gli imprenditori hanno colto la sfida della qualità e sono riusciti a perseguire l’ambizioso traguardo, si trovino oggi nelle disastrose condizioni che giustificano l’abbandono. Siamo al paradosso che nel moneto in cui non si riesce a vendere il prodotto, in molte regioni del Sud Italia e particolarmente, nei comprensori olivicoli della Calabria, si realizzano produzioni oleicole di altissimo pregio, che competono con successo nei concorsi internazionali. Produzioni d’eccellenza che ottengono riconoscimenti prestigiosi, arrivando ai primi posti nei più altri ed esclusivi consessi di settore. Non è facile superare le criticità, non è semplice ridare vitalità economica ad un comparto produttivo così compromesso, ma la carenza di alternative, le difficoltà occupazionali e la necessità di sviluppo e crescita che attanagliano il sud Italia, ci impongono uno sforzo ed un impegno straordinario per ridare interesse economico all’olivicoltura. Per farlo bisogna investire massicciamente in una politica di promozione commerciale, che sappia comunicare e rendere di acquisizione comune gli altissimi livelli di qualità raggiunti dalle nostre produzioni. Una comunicazione che sappia altresì diffondere la conoscenza circa l’importanza dell’alta qualità lipidica, che non si limita ai pur rispettabili aspetti organolettici, ma che riguarda soprattutto gli aspetti igienico/salutistici della parte più importante e delicata nella nutrizione. Per farlo è altresì necessaria una rinnovata ed efficace capacità d’iniziativa ed un ruolo propulsivo ed aggregante delle associazioni di produttori, che consenta di accedere alle economie di scala indispensabili per l’internazionalizzazione del commercio e per la valorizzazione dei marchi territoriali. Per tutti i soggetti pubblici e privati che operano nel settore, oggi più che mai, è doveroso operare in sinergia per ridare portanza economica all’olivicoltura e concretizzare le sue rilevanti potenzialità anche in riferimento allo sviluppo dei territori.

Dr. Domenico Solano  – Responsabile Centro Divulgazione Agricola Ce.D.A. 19 – Palmi (RC)

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